AIL e Leventina

Giacomo Garzoli in un suo recente scritto ricordava con vigore l’importanza del riscatto delle linee elettriche da parte dei Comuni. Fa bene il deputato liberale radicale a sottolineare e a rendere attenti di questa opportunità, che va sfruttata dai Comuni per far ricadere una parte del valore creato dal “business dell’energia” direttamente nelle casse degli enti comunali invece di versarli oltralpe. Come esempio riuscito ed in evoluzione di questa strategia possiamo prendere la Cooperativa Elettrica di Faido (CEF), la quale già in occasione della prima tappa dell’aggregazione nella Media Leventina ha assunto un ruolo importante nel riscatto delle linee della regione. A partire da aprile, il territorio di competenza della CEF si farà ancora più ampio e l’azienda continuerà sul solco della strada tracciata, mantenendo e creando ulteriori posti di lavoro in Valle. La CEF credo sia un ottimo esempio da seguire anche nel resto del Cantone, il mercato energetico è in “subbuglio”, si apriranno le porte per nuove opportunità: riportiamo a livello comunale ciò che è possibile gestire a questo livello, “una questione di dignità” come ribadisce Garzoli.

Lascia un commento

Archiviato in Comunale

Un Sì al futuro per la Media Leventina

Il 25 settembre i cittadini della Media Leventina saranno chiamati alle urne per una votazione storica che se accettata porrà le basi per un assetto istituzionale inedito. Ogni abitante, che ha a cuore l’avvenire del proprio Comune, si sarà interrogato sulla questione e avrà percepito l’importanza della scelta che ci accingiamo a compiere. Il progetto di questo nuovo Comune nel bel mezzo della Valle Leventina è sicuramente ambizioso e non risolverà in un batter d’occhio tutti i problemi dei precedenti singoli Comuni, ma crea la premessa necessaria per far sì che essi possano venir superati. L’aggregazione permetterà di modellare una nuova entità forte e professionale: lo strumento ideale per confrontarsi con le sfide odierne che sono maggiormente complesse e di carattere regionale. Chi deciderà di non aderire a questa nuova forma istituzionale perderà l’occasione di attivarsi in modo responsabile e veramente propositivo per il futuro delle nuove generazioni Leventinesi. Mi appello alla responsabilità dei cittadini della Media Leventina che non vogliono ipotecare l’avvenire della Valle, ma aprire le porte al futuro aderendo all’idea del nuovo Comune. Cogliamo questa propizia occasione: prendere in mano il nostro destino nell’ambito di una visione più lungimirante, la quale ci permetterà di governare al meglio la nuova entità comunale e far sentire la nostra voce più forte e coesa a livello cantonale. Un SI convinto all’aggregazione dei Comuni della Media Leventina è, a mio avviso, la scelta più responsabile. Non svendiamo la nostra identità di Chironichesi, Faidesi,… unendoci, piuttosto ci organizzeremo nel miglior modo possibile, in sintonia con i tempi.

 

Lascia un commento

Archiviato in Comunale, Politica

Che dal terrore nasca consapevolezza

La Norvegia è stata attaccata dall’interno per mano di un estremista 30enne norvegese che ha compiuto un’azione terroristica di una brutalità sorprendente. L’atto è stato pianificato nel dettaglio e si inserisce in un disegno ideologico che l’attentatore ha maturato negli anni: non è opera di un folle in preda ad un “raptus”. Le idee xenofobe che l’attentatore cerca di promuovere attraverso il suo gesto non sono nuove ma trite e vengono propinate continuamente anche nel nostro Paese. Un ripensamento della modalità di comunicazione politica è d’obbligo, così come un’assunzione di responsabilità delle persone che promuovono messaggi di odio ed intolleranza “a parole”. I promotori di intolleranza nel dibattito politico sono stati per troppo tempo “accettati” e considerati come una parte necessaria per una scontro costruttivo tra ideologie politiche: non si è superato il limite? Fino a che punto è giustificabile l’intolleranza verso le persone straniere e la creazione di fittizi capri espiatori? Semplice: non è giustificabile e la tragica prova ci giunge dalla Norvegia. Riconoscere il decadimento del dibattito politico e sociale credo sia il primo passo verso un miglioramento. Si deve poi scavare e trovare i fattori che hanno creato il terreno fertile per lo sviluppo di tali ideologie e la loro progressiva accettazione da parte di una fetta sempre crescente dell’opinione pubblica. La popolazione degli Stati occidentali non è ingenua, ci sono dei problemi reali che creano incertezza, paura e malauguratamente “le soluzioni” a queste difficoltà, che sono state maggiormente percepite, sono di carattere intollerante (vedi l’accanimento contro gli stranieri). Ora si deve riuscire ad identificare quali siano le cause di questo sentimento negativo nella popolazione e portare però dei correttivi che rispettino le conquiste democratiche e tolleranti che l’Occidente nei secoli ha promosso (facendolo prosperare!). Questa analisi della realtà occidentale potrebbe giungere a una conclusione negativa per il modello tuttora dominante. Probabilmente ci troviamo nel mezzo di una crisi del “modello occidentale” che deve essere ripensato se non vuole essere vittima di una rivoluzione sanguinosa dall’interno, non riuscendo più a tenere collegati i vari componenti della società (vedi la crescente disuguaglianza economico-sociale, la sfiducia verso le autorità politiche,…). L’attentato norvegese è un campanello d’allarme, ascoltiamolo e facciamo sì che dal terrore non nasca altro terrore ma consapevolezza per i problemi reali.

2 commenti

Archiviato in Riflessioni sparse, Società

Energia, carbone e tanta confusione

Il Consiglio Federale ha deciso di proporre l’abbandono progressivo dall’energia di produzione nucleare e in Ticino saremo chiamati a votare sulla partecipazione di AET ad una centrale a carbone in Germania. L’aria si è fatta decisamente elettrica. Le motivazioni che hanno spinto l’esecutivo federale ha una tale decisione sono condivisibili, così come le motivazioni addotte dagli inziativisti ticinesi: “un domani fatto di energie rinnovabili, privo di rischi e rispettoso dell’ambiente”. Chi non si trova d’accordo? Ora si devono mettere in pratica le volontà descritte e in Ticino dobbiamo decidere se procedere con un cambiamento repentino a corto termine, accettando l’iniziativa, oppure una transizione a medio termine (al massimo nel 2035), come propone il controprogetto. Che fare? Io, anche sulla scorta di quanto deciso a livello di Confederazione, sono per una transizione graduale verso un domani energeticamente più rinnovabile. Un rinnovamento ordinato, senza scosse (di prezzo) o black-out (reali) inutili, è auspicabile sia per le famiglie, sia per gli attori economici che potranno prepararsi ponderando adeguatamente i cambiamenti necessari. Un domani energeticamente migliore si costruisce nel medio termine: dobbiamo modernizzare le reti di trasporto (dato il maggiore ricorso ad energie rinnovabili e l’aumento degli scambi energetici internazionali), rendere gli edifici più efficienti e cambiare il nostro modo di consumare l’energia, che forse per troppi anni è stata “a buon mercato”. Un ultimo appunto ora su un argomento che gli iniziativisti hanno usato, a mio parere, in modo discutibile: le precarie, per usare un eufemismo, condizioni di lavoro dei minatori colombiani. Non è assolutamente vero che abbandonando la partecipazione a Lünen “non ci sporchiamo le mani di sangue” semplicemente non avremo più a che fare (direttamente) con la problematica: “giriamo la faccia da un’altra parte”. Se invece manteniamo la partecipazione, in collaborazione con gli altri azionisti della società tedesca, potremmo fare pressione sul governo colombiano e sull’azienda esportatrice perché le condizioni lavorative dei citati minatori vengano migliorate.

1 commento

Archiviato in Cantonale, Politica, Senza categoria

Un gabinetto per tutti!

Qualche settimana fa, in compagnia di alcuni amici, ho avuto la possibilità di visitare la mostra “Nel Gabinetto di Donna Marianna. La Biblioteca Morosini Negroni a Lugano, tra Europa delle riforme e Unità d’Italia” allestita presso Villa Ciani a Lugano.

La mostra riporta indietro nel tempo e permette quasi di respirare l’aria che in Ticino e nella vicina Lombardia spirava nell’era illuminata. La citazione, dalla quale la mostra prende il titolo, “Nel Gabinetto di Donna Marianna” è stata trovata all’inizio di una lista che raccoglieva tutte le opere letterarie presenti nella della villa Morosini Negroni di Vezia compilata da una nipote di Marianna. La nipote Giuseppina ha voluto in questo modo riconoscere a Donna Marianna il suo importante ruolo nell’acquisizione e nella successiva cura delle opere custodite nella villa.

Nei giorni successi alla visita mi sono chiesto se ancora oggi fossimo a contatto con un gabinetto come quello di Marianna e della Nipote. Un spazio nel quale ci si possa rifugiare per riflettere, interrogare una fonte di conoscenza per avere un ragguaglio oppure semplicemente fuggire dalla realtà sulle ali di un racconto. Un luogo simile, anche in senso figurato (pensiamo alla rete internet), può essere per me paragonato alla biblioteca di Donna Marianna. Nella sala che ospitava la raccolta letteraria erano presenti una moltitudine di opere di provenienza ed età disparate e trattanti tutti gli argomenti cari al periodo storico. Questo gabinetto era una vera e propria sorgente dalla quale zampillava la più limpida e fresca acqua di conoscenza. Pensiamo a chi ha potuto accostare le sue labbra a tale fonte, a chi ha potuto trovare conforto tra quelle pagine ed evolversi; oppure immaginiamoci gli accesi dibattiti che si animavano attorno all’arrivo di un nuovo volume, magari rivoluzionario e che era sfuggito alle strette maglie della censura dell’epoca. Certo. I tempi sono cambiati. Non dobbiamo più lottare contro un Ancien Régime tiranno e ingiusto, ma le sfide sono sicuramente presenti anche oggi e la sete dell’umanità non si è per nulla esaurita. Il bisogno di uno spazio di questo tipo rimane invariato. Troviamo quindi il nostro luogo, nel quale fermarsi, scappando da una realtà frenetica che ci può risultare magari indecifrabile quando ne siamo all’interno ma che osservata dal nostro gabinetto alla fine diventa ancora sufficientemente comprensibile ed accettabile. Il mio sogno è che tutti abbiano il loro gabinetto e possano godere delle virtù di questo magnifico luogo di riflessione, formazione e rifugio. L’utilità di un gabinetto è secondo me da ribadire e “ri-promuovere”, questa volta non solo nei salotti dell’alta borghesia e della nobiltà ma nella casa di ognuno. L’operazione pare più che mai fattibile: i libri sono un bene di consumo e l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa dovrebbe aver democratizzato ulteriormente l’accesso alla conoscenza, eppure qualcosa sembra blocchi questa mia speranza …

Avete capito cos’è un gabinetto?

Per ulteriori informazioni relative alla mostra: http://www.lugano.ch/cultura/welcome.cfm?catID=04002001&docid=11FB155F70204F30C12578770035B20E

Lascia un commento

Archiviato in Riflessioni sparse

Métissage

Fino a qualche minuto fa mi trovavo a colloquio con Jaques Le Goff, uno storico francese che è considerato uno dei maggiori esperti di Medioevo e un intellettuale di primo ordine. Come? Leggendo l’intervista di Roberto Antonini apparsa sulla RegioneTicino (1) sono stato assorbito profondamente dal racconto dello storico parigino. Mi hanno colpito la sua chiarezza, la sua autenticità e vorrei far notare l’elemento, a mio avviso, centrale del suo racconto.

A volte, dimentichiamo troppo spesso le nostre radici storiche vicine e lontane, gli elementi che hanno creato il terreno fertile per il fiorire della società contemporanea e gli storici come Le Goff, pazientemente, ce li ripresentano. Il continente europeo è il frutto di innumerevoli incontri tra culture, etnie differenti: un métissage (o in inglese melting pot). Grazie a questo métissage dapprima tra Impero romano e “barbari”, poi tra abitanti dell’attuale Gran Bretagna e lavoratori immigrati nel periodo della Rivoluzione industriale, l’Europa ha preso forma ed ha assunto le sembianze odierne: lo sviluppo è storicamente figlio della mescolanza tra razze e culture.

Riporto una citazione che l’intervistatore Antonini riferisce “a memoria” per riassumere il pensiero di Le Goff:

Né la vita intellettuale, né la vita collettiva sono complete, se non sono animate da un impegno per l’evoluzione delle società.

Nota (1): Figli d’Europa di Roberto Antonini, parte 3 di “Intervista con la storia”, apparso il 27 aprile 2011 su “LaRegioneTicino”.

Lascia un commento

Archiviato in Riflessioni sparse

Un Ticino annuvolato

Il filosofo e psicanalista Cornelius Castoriadis nella raccolta Une société à la  dérive (Parigi 2005) ci ricorda:

Credo che in un periodo come questo, politologi e militanti (quelli con una passione per la cosa comune) abbiano il compito di esprimere forte e chiaro pubblicamente ciò che pensano. Devono criticare il presente e ricordare alla gente che esistono epoche storiche in cui l’uomo è stato diverso, in cui ha agito in modo storicamente creativo, in cui ha agito come istituente.

Citato in La scommessa della decrescita di Serge Latouche (2006).

I risultati del fine settimana elettorale hanno sorpreso, credo di poter dire generalmente, molti cittadini ticinesi (sottoscritto compreso). Lo spostamento verso “destra” del baricentro politico cantonale ha stupito per la sua entità e la tesi del “voto di protesta” è messa fortemente in discussione: ci si trova di fronte un movimento che è diventato/sta diventando un vero e proprio punto di riferimento nel quale una fetta importante dei Ticinesi si riconosce. La crisi dei partiti tradizionali è un fatto noto da decenni, già nel 1992 il Consigliere di Stato scomparso Giuseppe Buffi (1) notava con chiarezza questa dinamica, eppure non si è riusciti nel frattempo ad apporre nessuna efficace strategia tesa a contrastare questa tendenza. Non voglio addentrarmi tuttavia in ipotesi maggiormente approfondite in questo tema. Mi interessa piuttosto riflettere sulle conseguenze di questo modo di intendere la politica come “ring” nel quale chi grida più forte e propone le soluzioni più strampalate ai problemi, o presunti tali, viene premiato dalle urne. La Lega dei Ticinesi ritiene di avere le ricette per affrontare in modo definitivo e duraturo una serie di tematiche e il tempo in questo caso fungerà da giudice. Ciò che a mio avviso è preoccupante viene evidenziato dall’arroganza del Presidente leghista che tratta chiunque come suo subalterno e tenta di far credere di essere padrone degli eventi. I leghisti si trovano da questa settimana, con diverse dita, aggrappati alle redini del potere cantonale e si dovranno confrontare con “l’illusione del realizzabile” (2). Questa problematica si presenta a qualsiasi entità che abbia un determinato potere, ma non può esercitare questa forza in modo “libero”. L’ambiente e i suoi attori influenzano il detentore del potere che pertanto è destinato a muoversi unicamente entro limiti ben definiti. La messa in pratica dei programmi elettorali sarà di conseguenza impresa maggiormente difficile più le proposte si sono spinte ai confini del realizzabile. Le parti che promettono soluzioni non attuabili dovrebbero, alla prova dei fatti, perdere credibilità e quindi avere vita breve, ma ci sono due complicazioni: gli elettori nel complesso sono dotati di memoria storica relativamente frivola e gli imputati potranno dichiararsi innocenti tramandando l’onere del fallimento ad altri, il presidente Bignasca (già nel giorno della vittoria) si muoveva in questo senso. Chi osa colpevolmente promettere l’irrealizzabile non sarà quindi mai ritenuto responsabile degli insuccessi? Non per forza. Dipende dalla coerenza dei rivali e dalla forza con la quale essi saranno in grado di illuminare i cittadini con soluzioni più concertate, pragmatiche e indirizzate ad una società in evoluzione. La presenza di rivali a tali movimenti è, a mio parere, necessaria in quanto i gruppi che promuovono idolatrie estremistiche per placare il bisogno di certezze della popolazione non porta a risultati nel lungo termine, anzi implica l’autodistruzione. Non meno colpevoli della situazione sono però gli spettatori di questo spettacolo grottesco: partiti storici che non hanno saputo fare tesoro delle idee che li hanno resi importanti nei decenni. I citati attori della scena politica cantonale hanno poi tradito l’essenza del loro spirito costitutivo, ritrovandosi così imprigionati in una campana di vetro mentre il mondo al di fuori si muoveva sempre più velocemente. Spero in un rinnovamento: le ideologie partitiche non sono inutile zavorra da scaricare per strada, ma bensì indicazioni preziose da riqualificare in chiave moderna perché frutto di secoli di pensiero, quindi saggezza, conoscenza dell’uomo e della società. Una società che evolve certamente ma in modo meno rapido di quanto possa apparire ad un primo sguardo (prova ne è il fiorire di movimenti di estrema destra in tutta Europa a poco più di mezzo secolo da uno dei momenti più tristi dell’umanità recente …). Spero torni a splendere presto il sole.

Nota (1): Ipotesi per una crisi di Giuseppe Buffi apparso sul Corriere del Ticino del 6 novembre 1992.

Nota (2): vedi “die Illusion der Machbarkeit” in Unternehmensführung, Kirsch e altri (2009).

2 commenti

Archiviato in Politica

“Libertà e indipendenza” di Patrizio Rosselli

La lettura dello scritto di Patrizio Rosselli (http://www.plr90.ch/files/OL_tutti_fuochi.pdf) mi ha ricordato quanto il valore dell’identità vallerana venga spesso trascurato e come queste regioni vengano spesso dipinte unicamente come una sorta di “Ballenberg” (museo all’aperto) ticinese. Le popolazioni delle valli hanno una forte identità forgiata nel corso della storia, la quale non sempre ha loro sorriso ma ha contribuito sicuramente a renderle unite e consapevoli che gli ostacoli possono essere superati. Nel passato i nostri antenati hanno intrapreso sforzi inimmaginabili per domare e rendere l’impervio territorio di molte vallate produttivo e in questo modo vivibile (per esempio ampliando le superfici coltivate o da pascolo attraverso i “muri a secco” citati da Patrizio). Ridoniamo alle valli la libertà necessaria a rimettere in atto un processo di crescita sostenibile, permettiamogli di sfruttare le risorse presenti nel magnifico territorio, da tutelare certamente ma entro limiti sensati. In questo modo le valli non saranno solo periferia da sussidiare ma potranno dare il loro contributo allo sviluppo del Ticino di domani.

Uniamoci al legittimo grido lanciato da Patrizio Rosselli e facciamolo diventare un coro che torni a “fare eco” nelle sedi governative e di seguito nelle nostre vallate.

Patrizio Rosselli candidato PLRT al Gran Consiglio nr. 90 per il distretto di Leventina.

http://www.plr90.ch/index.html


1 commento

Archiviato in Politica

“Il noi e il voi”

Serata di lunedì 28.03.2011 sul canale televisivo RSI LA2 va in onda un dibattito preelettorale, tema previsto: “l’economia cantonale”. Matteo Pronzini (MPS) e Giuliano Bisgnasca (Lega), due esponenti dei poli estremi della scena politica ticinese, si mettono in evidenza per le loro intemperanze, attacchi all’educazione e al buon senso politico. Pur essendo agli antipodi della sfera politica cantonale i due citati personaggi parlano la stessa lingua: “il noi e il voi”, “la destra e la sinistra”. Incredibile? No. Le difficoltà fanno richiudere a riccio le persone che affidano le proprie paure ad improbabili “salvatori della patria”, i quali si dicono impegnati nel battersi contro gli altri di turno … peccato non riuscire a spezzare questo circolo vizioso: è così difficile capire che esiste solo “il noi” di ticinesi, svizzeri o cittadini del mondo?

Conclusione con un aspro sorriso….“Il ticino secondo la destra ticinese”

Lascia un commento

Archiviato in Politica

Rivoluzioni nordafricane: l’uomo, nato libero, si vuole togliere le catene./2

Lo spunto per questo scritto mi è stato dato dall’articolo dell’amico e compagno [di UNI ;-) ] Alessandro Lucchini “Crisi nel Nord Africa: tutta colpa dei “despoti”?”

Il problema del “neocolonialismo”, ossia dell’importante interdipendenza economica tra Nord e Sud che tende a svantaggiare la parte meridionale del mondo, gioca sicuramente un ruolo centrale nella vicenda maghrebina. Tuttavia non possiamo addossare a questo elemento l’intera responsabilità per il fermento delle “Rivoluzioni nordafricane”. I forti legami economico/commerciali hanno sicuramente reso i Paesi Africani dipendenti dalle bizze dell’economia delle Nazioni più avanzante ma i governanti di queste regioni hanno una grande parte di responsabilità. Le redini del potere erano (e sono tuttora in mano in molte Nazioni africane) a personaggi despotici che si sono ingiustamente appropriati delle ricchezze tratte dallo scambio delle risorse di un generoso territorio (p. es. il petrolio). La disuguaglianza economica è l’espressione di un sistema corrotto che non ha ridistribuito la ricchezza a tutte le fasce della popolazione. L’Occidente ha sacrificato lo spirito democratico in favore di scambi economici con questi regimi dittatoriali secondo il motto “meglio un Paese governato da un dittatore che il caos” e deve quindi farsi garante delle volontà popolari che sono rimaste per anni inascoltate, evitando gli errori del passato. I Paesi maggiormente sviluppati non possono però essere ritenuti sempre causa di qualunque male di questo mondo, sono un esempio di libertà (per quanto ancora imperfetto) e sono un balzo avanti rispetto a tutte le realtà storiche e ci sarà pure un motivo di questo successo. La libertà negata ai nordafricani, che ora tramite la tecnologia possono gettare uno sguardo oltre l’Atlantico, vuole ora esprimersi con tutta la sua forza. La mia visione, forse lievemente romantica, è comprovata dal grado di istruzione dei giovani rivoltosi e dai movimenti che promuovono questi cambiamenti democratici che non sono direttamente legati a movimenti islamici o di altra natura, anzi amalgamano diverse entità del popolo. Per quanto riguarda la tempistica di questi cambiamenti la situazione socio-economica non lasciava dubbi sulla necessità di una ribellione verso un sistema che stava collassando e non permetteva di sfruttare le opportunità economiche dei Paesi nordafricani dominati dai clan dittatoriali (1) . Unicamente la disperata situazione economica venutasi a creare, anche e probabilmente soprattutto a causa della speculazione sulle materie prime (operazioni che a mio parere sono ignobili), non giustifica però completamente lo spirito liberalistico/democratico dei moti rivoluzionari: se voglio unicamente il pane chiedo una diminuzione del prezzo del pane e non metto in dubbio un intero sistema di governo. Il “volere democrazia” è indice di una consapevolezza che questo è l’unico veicolo con il quale tutta la popolazione può approfittare della crescita economica che caratterizza queste regioni, le quali si annoverano tra i cosiddetti “Paesi emergenti” che hanno bisogno di libertà per emergere (veramente) e non di governi dittatoriali.

Nota 1: vedi articolo LeMonde del 8 febbraio 2011 “Monde arabe: l’agonie d’un système”, tradotto e pubblicato da laRegioneTicino del 3 marzo 2011

Lascia un commento

Archiviato in Politica